mercoledì 28 giugno 2017

"HA DENUNCIATO IL GOVERNO E IL SISTEMA BANCARIO". CACCIATO PARAGONE! LA7 CHIUDE IL PROGRAMMA"LA GABBIA".

A confermare la notizia al fattoquotidiano.it è lo stesso conduttore. Una vera doccia fredda per i giornalisti, gli autori e gli operatori che hanno appreso la notizia della cancellazione del programma solo nel pomeriggio durante una riunione

La7 chiude la Gabbia. Quella del 28 giugno sarà l’ultima puntata della trasmissione condotta da Gianluigi Paragone, che quindi non andrà in onda la prossima stagione. A confermare la notizia al fattoquotidiano.it è lo stesso giornalista. “Sì, è vero: stasera andrà in onda l’ultima puntata de La Gabbia“, si è limitato a dire il conduttore, che si trovava già in studio alle prese con gli ospiti e i preparativi dell’ultima messa in onda.

Una vera doccia fredda per i giornalisti, gli autori e gli operatori che lavorano a La Gabbia: hanno appreso la notizia della cancellazione del programma solo nel pomeriggio durante una riunione con lo stesso Paragone. Nato nel 2013, il programma andava originariamente in onda ogni domenica per poi essere spostato nella prima serata di mercoledì. In quattro anni Paragone ha condotto più di 160 puntate con uno share medio tra il 3,10 e il 3,80%.

La notizia della chiusura della trasmissione arriva a poche settimane dalla nomina di Andrea Salerno , ex autore di Gazebo, a direttore della televisione di Urbano Cairo.  Già nel maggio scorso, quando era stato annunciato l’arrivo dell’ex autore di Rai 3 al vertice de La7, Il Foglio aveva raccontato di come tra le mura televisive si parlasse di un Salerno lontanissimo dallo “stile La Gabbia“. Un retroscena giornalistico che viene confermato ora dalla chiusura del programma di Paragone.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/28/la7-chiude-la-gabbia-ultima-puntata-della-trasmissione-di-paragone/3694391/

Bufera in studio! Di Maio in diretta fa una rivelazione clamorosa sul governo e adesso può crollare tutto..


Fino a quando lo diceva il MoVimento 5 Stelle, tutti contro.
Oggi invece è lo stesso Governo che, ritenendo insostenibile che tutte le navi che fanno operazioni di salvataggio approdino in Italia, sta valutando di negare l'approdo nei porti italiani alle navi che effettuano salvataggi dei migranti davanti alla Libia e che battono bandiera straniera.
Solo adesso, dunque, il Governo si sta rendendo conto della bontà delle richieste del MoVimento 5 Stelle. Dopo che negli ultimi 4 giorni ci sono stati oltre 10 mila sbarchi di migranti.
Ricordiamo inoltre che il MoVimento 5 Stelle ha anche presentato una proposta di legge che prevede la possibilità di mandare la polizia a bordo delle navi ONG e di compiere indagini anche in mare aperto attraverso perquisizioni, intercettazioni e acquisizioni di prove.
Le scuse non sono mai arrivate, ma almeno arrivano le decisioni, meglio tardi che mai.

ADDIO BOSCHI! FORSE NON LA VEDRETE PIU': POCO FA LA NOZITIA CHE FA TREMARE IL GOVERNO..

Parla? Non parla? Federico Ghizzoni, l'ex ad di Unicredit tirato in ballo da Ferruccio de Bortoli come l'uomo a cui Maria Elena Boschi avrebbe chiesto di salvare Banca Etruria, ora, qualcosa se la fa sfuggire. Dopo una settimana di silenzio assoluto, nella serata di sabato il banchiere decide di aprire la bocca. Poche parole. Asciutte. Pesantissime. Riportare dal Corriere della Sera: "È normale che i politici parlino con i banchieri e i banchieri con i politici, lo ha detto anche Maria Elena Boschi. Specialmente quando ci sono situazioni di crisi". Così come era una situazione di crisi quella di Banca Etruria. E quando però gli chiedono se è vero che la Boschi gli chiese di comprare Etruria, Ghizzoni taglia corto: "Su questo l'ho detto, no comment". Eppure. Eppure poco prima aveva aggiunto che "è normale che politici e banchieri parlino". Eppure poco prima aveva nominato la Boschi, quella stessa Boschi che ha sempre negato ogni manovra per la banca di famiglia. Certo, Ghizzoni non conferma né smentisce. Ma non ci vuole troppa malizia per far tendere le sue parole verso la conferma. Per la Boschi la situazione si complica...

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/12384515/unicredit-etruria-ghizzoni-boschi-normale-politici-parlino-banchieri.html

LEVA SUBITO I SOLDI DA QUESTE 3 BANCHE: STANNO PER FALLIRE! DISASTRO PADOAN, ECCO COSA FANNO AI CONTI

Potrebbe essere solo questione di tempo perché tre grandi gruppi bancari italiani dichiarino fallimento. Il ministro dell’Economia, PierCarloPadoan, avrebbe intenzione di intervenire facendo quel che ha sempre fatto finora, come riporta il Fatto quotidiano, cioè nulla. A trovarsi sull’orlo del baratro ci sono Monte dei Paschi di SienaPopolare di Vicenza e Veneto Banca, che equivalgono al 10% dell’intero sistema bancario nazionale.


È giusto però che i meriti sui fallimenti imminenti siano distribuiti tra chi ha contribuito all’ultimo capolavoro nel mondo creditizio nostrano. Oltre al ministro Padoan, va dato atto ai burocrati della Bce e a quelli della Commissione Ue di essersi impegnati parecchio. Si sta per assistere a una sorta di esperimento sulla pelle viva dei correntisti e dei contribuenti italiani, perché le attese sono sull’applicazione della Direttiva Brrd, quella famigerata sul bail in. Prima però che siano messe le mani nelle tasche dei correntisti con più di 100 mila euro, la Bce ha ricordato più volte che il fallimento di un istituto di credito è evitabile ricorrendo alla “ricapitalizzazione precauzionale”. Che tradotto vuol dire: iniezione di soldi dello Stato, quindi di chi paga le tasse.
Il delirio di leggi e regolette europee però non finisce così facilmente. Secondo il comma 22 della direttiva, lo Stato può intervenire per salvare una banca solo se “rispetta i requisiti patrimoniali minimi”. Per una volta le banche, in questo caso Mps, si ritrova nello stesso incubo di tanti correntisti che hanno chiesto credito alla propria banca. Così Mps ha bisogno di soldi e li chiede allo Stato, ma la Bce può autorizzare lo Stato solo se Mps dimostra di non aver bisogno di quei soldi.

Grazie a questo meccanismo malato le tre banche sono a un passo dal disastro. I due istituti veneti non sono poi messi meglio, dopo anni di magagne sui conti ignorate dalla vigilanza della Banca d’Italia. Sia la popolare di Vicenza che Veneto Banca sono state costrette dalla Bce a rimettere mani al portafogli per un aumento di capitale senza aiutini. A Vicenza l’aumento è stato di 1,5 miliardi, a Montebelluna il fondo Atlante – partecipato dalla banche – un miliardo tondo. La scorsa estate per le due banche destinate alla fusione sono stati iniettati altri 2,5 miliardi. I vertici però si accorgono che il buco lasciato da chi dirigeva in passato la baracca era molto più profondo.
A quel punto le due venete chiedono l’aiuto dello Stato, indispensabile per non fallire. Dalla Commissione europea però avvertono che le perdite previste nei rispettivi bilanci devono essere coperte dal fondo Atlante, che ormai è a secco. E nessuno dei soci del fondo ha più intenzione di dare un altro euro alle due banche venete, visto che finora ci hanno rimesso 3,4 miliardi con scarse speranze di rivederli presto, compresi gli interessi. Nel frattempo Padoan è rimasto immobile, dal suo ufficio non sono partite notizie per i vertici delle due banche, in attesa che ne arrivino dalla Bce, che a sua volta le aspetta dalla Commissione europea. I correntisti nel frattempo stanno scappando, già un terzo dei depositi è andato perso nell’ultimo anno e mezzo. Il pallino è sempre nelle mani del governo, sempre più sotto lo schiaffo di Bruxelles, ma di decisioni all’orizzonte non si vede neanche l’ombra.
FONTE: http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/12327006/tre-banche-stanno-per-fallire-mps-popolare-di-vicenza-veneto-banca-padoan.html

MINISTRA FEDELI, LA BOMBA LE SCOPPIA IN MANO: ECCO LA PROF CON LE PALLE CHE LE FARA’ CAUSA

La bomba dei professori trasferiti dall’altra parte d’Italia sta per scoppiare in mano alla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. A farla esplodere potrebbe essere Giovanna Giorgino, 54 anni docente di diritto costretta a lasciare Taranto per insegnare a Sesto San Giovanni. Intervistata dal Giorno, la prof si fa i conti in tasca e spiega come l’algoritmo del Miur le abbia rovinato la vita. Per questo, dice, è disposta a fare causa al Ministero per ottenere un risarcimento.
“Sarò a Sesto per i prossimi tre anni. Ma non ho mai pensato di non andarci e non ho fatto un giorno di assenza. Ma per lavorare devo stare lontana dalla mia famiglia e con i soldi, praticamente, ci rimetto”. Via coi numeri: “Ho una casa in affitto e spendo 400 euro al mese. Per scendere a Taranto spendo 150 euro a settimana di treno e lo devo fare tutte le settimane perché le mie figlie hanno solo 11 e 12 anni. Poi devo mangiare, almeno una volta al giorno! Lo stipendio è di 1.480 euro, faccia lei i conti Almeno il ministero facesse una convenzione con Trenitalia per farci pagare di meno i viaggi che incidono molto”.
La causa di tutto è l’algoritmo che l’ha spedita al Nord, sottolinea, senza leggere le mie preferenze. “A parte Taranto avevo indicato Brindisi, Bari, Lecce, Matera, Napoli e come ultima Milano”. “Ci sono diversi insegnanti che conosco – rivela – che hanno meno punti di me e sono in una scuola sotto casa loro”. La professoressa ha un sospetto: “Non ho prove, ma so che chi non ha presentato la domanda di mobilità ha avuto dal sistema la mobilità di ufficio, a punti zero. A loro è andata meglio, sono rimasti a Taranto i docenti soprannumerari”. Un errore, continua, a cui il Ministero non avrebbe rimediato nemmeno tramite conciliazione. “So che alcune risposte sono state date a insegnanti delle elementari del Sud trasferiti a Milano. Hanno ottenuto Venezia…”. Per ora, la docente ha fatto ricorso al giudice del lavoro di Taranto (respinto per competenza territoriale di Monza), ma non finisce qua. “In forza della sentenza del Tar che obbliga a rendere pubblico l’algoritmo, ripresenterò la mia istanza. E sono certa che verrà accolta, perché si capiranno senza possibilità di dubbio gli errori del ministero”.
Per l’anno prossimo il problema però si riproporrà con i trasferimenti 2017/18 da decidere tra un mese. La soluzione, conclude, è “conoscere prima della mobilità che faremo ad aprile i parametri dati e aumentare la percentuale riservata a chi come me è andato fuori regione. Ho vinto il concorso regionale, in Campania, nel 1999 Se avessi voluto andare in Lombardia avrei fatto diversamente e sarei dentro la scuola da vent’anni”.

FONTE
LIBERO

SE TUTTI CONDIVIDESSERO ALL'ISTANTE, SAREBBE SPUTTANATO IN TUTTO IL WEB.

Rondolino: ‘M5S punta allo scontro fisico, alla violenza e all’eversione’. E denigra gli attivisti

Ci sono scene a cui non vorremmo mai assistere.
Una di queste è l’intervista rilasciata da Fabrizio Rondolino a Radio Cusano Campus, l’emittente dell’Università degli Studi Niccolò Cusano, riassunta da Dagospia in 5 parole: “TOGLIETE IL FIASCO A RONDOLINO”.
Sì, perché ogni volta che parla dei 5 Stelle l’editorialista dell’Unità esagera. Ecco cosa ha detto nell’intervista:
“Penso da tempo che una parte del Movimento Cinque Stelle punti esplicitamente allo scontro fisico, nelle piazze. Il Movimento Cinque Stelle aizza, provoca, stimola, la sua presenza sulla scena politica è un invito costante al menare le mani, perché l’unico principio del movimento è il vaffanculo. E’ un movimento che oggettivamente incita alla violenza e all’eversione. Poi fortunatamente la gente se ne sta a casa, perché i loro attivisti sono i famosi leoni da tastiera”.
Rondolino si riferiva a quanto dichiarato da Luigi Di Maio in merito alla “assoluzione” di Minzolini da parte del Senato: “Poi non lamentatevi se i cittadini vengono a manifestare in maniera violenta”, ha detto il deputato pentastellato.
Ma attenzione, ora arriva il peggio. Rondolino ha avuto anche due parole per gli attivisti del Movimento 5 Stelle:
“I loro attivisti sono disoccupati, fancazzisti, impiegati pubblici che non lavorano e stanno lì al computer. Perchè, secondo voi ci sono attivisti del Movimento Cinque Stelle che lavorano secondo voi?”.
Poi, conclude Dagospia nel suo commento, non poteva mancare la “leccatina al cazzaro”: “La leadership di Renzi non è mai stata messa in discussione dentro il Pd, il problema di Renzi è costruire un’alleanza o meglio ancora muoversi in un sistema politico e istituzionale che non è più quello suo, perché lui è un uomo del fare, il sindaco d’Italia, l’uomo del fare”, ha detto Rondolino.

Travaglio svergogna i politici sul caso ONG: "Sembrano cretini da bar"

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – In questa politica di cretini da bar sport, dove ogni problema serio diventa subito un derby tra partito dei vaccini e partito dei virus, partito delle guardie e partito dei ladri, partito dell’Europa e il partito anti-Europa, ora abbiamo pure il partito delle Ong e il partito degli affogatori, cui corrispondono il partito della Procura di Catania e il partito anti. Mai che i nostri politici riescano a prendere una posizione equilibrata a partire dai fatti (come ha fatto ieri anche l’Osservatore Romano) e ad agire di conseguenza. Le organizzazioni non governative sono impegnate in una gran varietà di attività, spesso supplendo alle lacune e alle latitanze dei governi. I quali sono ben felici di finanziarle per fare i lavori, spesso ingrati, che essi non possono o non vogliono fare. Tra questi, il salvataggio dei migranti nel Mediterraneo che, dopo la frettolosa chiusura di Mare Nostrum a vantaggio dello sciagurato Frontex, è stato sottratto per motivi di bilancio ai governi ed esternalizzato: cioè subappaltato alle Ong, con le Guardie costiere ridotte a dirigere il traffico. Tra le Ong c’è di tutto: organizzazioni serie e meritorie, come Medici senza frontiere, Save the children e molte altre, e qualche congrega di furbastri che nessuno può escludere si tuffino a capofitto nel business dei migranti per marciarci e mangiarci, magari in combutta con gli scafisti – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 29 aprile 2017, dal titolo “Il derby dei cretini”.

È già accaduto con le cooperative “sociali” incistate nel lucrosissimo giro dei centri di accoglienza: una gallina dalle uova d’oro che, secondo le accuse della Procura di Roma (confermate da confessioni, condanne e patteggiamenti), consentiva ai soliti noti di “trarre profitti illeciti immensi”. Lo diceva alla sua segretaria, nei suoi karaoke telefonici, il ras della coop rosso-nera 29 Giugno, Salvatore Buzzi: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno”. Se questo avveniva a valle, dopo l’arrivo dei migranti sul suolo italiano, non ci sarebbe nulla da meravigliarsi se avvenisse anche a monte, durante il trasporto dei disperati dalla costa libica alla nostra. È quello che ipotizza la Procura di Catania (ma anche di Trapani e altre città siciliane), divulgate dal capo Carmelo Zuccaro. Il quale dispone anche di intercettazioni dei nostri servizi segreti, legittime per legge a scopo preventivo, ma inutilizzabili (non essendo disposte da un giudice) a fini processuali. Per questo il procuratore ne ha parlato, senza violare alcun segreto investigativo – pare non ci siano indagati e, anche se ci fossero, non sono stati rivelati – nell’ambito della doverosa “leale collaborazione fra poteri dello Stato”.

Quando un pm scopre una grave disfunzione amministrativa o un fenomeno che può danneggiare lo Stato, è bene che lo segnali alle autorità politiche che possono intervenire: poi, per gli eventuali reati, vedrà lui. I tempi, gli ambiti e i poteri della giustizia penale sono del tutto incompatibili col pronto intervento su un pericolo incombente. Se un vigile nota un’auto in divieto di sosta che sta bruciando accanto a una pompa di benzina, anziché perder tempo a compilare la multa chiama i pompieri per spegnere l’incendio. Idem per l’allarme di Zuccaro, pienamente giustificato dal potenziale pericolo, anzitutto per la vita dei migranti: se lo scafista sa di poterli rifilare dopo qualche chilometro alla nave di un’Ong, userà natanti sempre più insicuri e adotterà ancor meno precauzioni per la loro incolumità. Il tutto approfittando di quel gigantesco Far West che è il Mediterraneo, terra di tutti e di nessuno per l’inerzia dei governi europei e dell’inesistenza di quello libico (il regime-fantoccio di Serraj tenuto in piedi dalla finzione internazionale e neppure in grado di stipendiare la sua guardia costiera, che sbarca il lunario nei modi più strani). Se poi risulta da intercettazioni (utilizzabili o meno conta poco: contano i fatti) che alcune Ong e alcuni scafisti comunicano telefonicamente per passarsi la staffetta, parlare di accuse e sospetti infondati è ridicolo. Così come aprire pratiche al Csm sul magistrato che lancia l’Sos, invitarlo a “parlare con gli atti” (campa cavallo), accusarlo di criminalizzare le Ong, cioè intimargli il silenzio per continuare a ignorare il problema.

Delle due l’una: o Zuccaro è un folle che s’inventa fatti inesistenti, e allora il Csm che l’ha appena nominato procuratore di Catania dovrebbe trasferirsi in blocco in un reparto psichiatrico assieme a lui; oppure qualcuno dovrebbe occuparsi dei fatti che denuncia. Non delle ipotesi di reato, che spetterà ai giudici valutare. Ma di un fenomeno preoccupante in cui s’è imbattuto nelle sue indagini, ma che non spetta a lui bloccare. Le Ong (a parte quelle che si scoprissero implicate in traffici o finanziamenti criminali) si propongono di salvare vite a ogni costo, anche a costo di violare qualche regola. Specialmente quelle composte da medici, che rispondono al giuramento di Ippocrate prim’ancora che al Codice penale. Ma gli Stati e i governi (stavamo per dire l’Europa, poi ci è scappato da ridere) devono fare le leggi e poi farle rispettare. E la gestione di migrazioni bibliche da un capo all’altro del Mediterraneo spetta a loro, non a organizzazioni benemerite finché si vuole, ma pur sempre private. C’è un Parlamento? Indaghi. Abbiamo un governo? Acquisisca gli elementi dei suoi servizi segreti, se non vuole ascoltare i pm (peraltro già auditi a Catania da una delegazione del Parlamento Ue) e agisca di conseguenza. Corridoi umanitari? Ritorno a Mare Nostrum? Taglio dei fondi alle Ong opache? Centri di raccolta e smistamento dei profughi sulle coste libiche cogestiti da Tripoli e Roma? Decidano loro: li paghiamo apposta. Ma, se un pm indica la luna in fondo al mare, non provino più a mozzargli il dito.


Sondaggi appena usciti: Movimento 5 Stelle mai cosi in alto. I numeri che fanno tremare il governo

Secondo l'istituto Ixè il Pd guadagna lo 0,4 per cento rispetto alla settimana scorsa, mentre i grillini calano dello 0,1. Sempre vicine Lega Nord e Forza Italia (12,9% e 12,6% rispettivamente). Alla vigilia delle primarie, il 28 per cento degli intervistati dice che "sicuramente non andrà a votare": il 13 per cento non sa a chi dare la sua preferenza, mentre il 60 è schierato per l'ex presidente del Consiglio

Il Movimento 5 stelle resta il primo partito in Italia, ma si riduce il distacco con il Partito democratico. Nella settimana che precede le primarie dem e in un clima debolmente più da campagna elettorale, il Pd segna un più 0,4 per cento e raggiunge il 27,3% dei consensi tra gli intervistati dall’Istituto Ixè per Agorà Rai 3. In contemporanea il M5s cala leggermente (appena dello 0,1%) rispetto a sette giorni fa e passa dal 28,5 al 28,4%. Negli ultimi giorni i grillini sono finiti al centro delle polemiche per aver messo sotto accusa il ruolo delle Ong nello sbarco dei migranti in Italia e aver appoggiato il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro che ha aperto un’inchiesta sul tema. Per quanto riguarda gli altri partiti, sempre vicine Lega Nord e Forza Italia (12,9% e 12,6% rispettivamente).


Per quando riguarda la fiducia individuale per i politici, sempre secondo l’istituto Ixè, sale di 1 punto, dal 30% al 31%, quella nel presidente del Consiglio Paolo Gentiloni mentre Matteo Renzi si porta al 29% (+2%). Ferma al 21 per cento quella per il vicepresidente M5s della Camera Luigi Di Maio, mentre cala per Beppe Grillo di 1 per cento (16%). Il governo, invece, raggiunge il 28% di fiducia. Ixè ha anche interpellato il campione sulla polemica in merito all’inchiesta della procura di Catania sul ruolo delle Ong nell’arrivo dei migranti: solo il 34% afferma di avere fiducia nelle organizzazioni, il 48% non si fida, mentre il 18% non si è espresso.
Capitolo a parte sulle primarie Pd. Il 22 per cento degli intervistati per Agorà ha detto che sicuramente andrà a votare, contro il 28 che invece “sicuramente starà a casa”. In testa sempre Matteo Renzi con il 60% dei consensi: dietro il ministro della Giustizia Andrea Orlando (15%) e il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano (7%). Resta un 13 per cento di indecisi.
La debole tendenza di riavvicinamento tra Pd e M5s è confermata anche dalle rilevazioni di Index Research per Piazza Pulita (La7), secondo cui il Movimento 5 stelle perde lo 0,3 per cento, ma resta in testa con il 30,6 per cento dei consensi tra gli intervistati. Il Pd accorcia le distanze attestandosi al 25,6% (+0,1). Forza Italia in crescita raggiunge il 13,2 che ora stacca di quasi un punto la Lega Nord: il leader del Carroccio Matteo Salvini non riesce a sfruttare l’ondata Le Pen e rimane stazionario al 12,4%.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/28/sondaggi-politici-m5s-resta-primo-partito-ma-si-riduce-distacco-con-pd-in-crescita-aumenta-di-2-punti-la-fiducia-in-renzi/3549402/

"Appartamenti gratis ai politici, da Verdini alla Pivetti". La confessione choc del re del Mattone di Roma, Scarpellini/Video





Da Irene Pivetti a Denis Verdini così Scalpellini regalava l'affitto degli appartamenti nel centro di Roma ai politici. A rivelarlo sono le carte dell'inchiesta della procura di Roma anticipate ieri dal Tg La7.

GILETTI, CHE SCHIAFFO ALLA RAI: LA CLAMOROSA DECISIONE DEL CONDUTTORE EPURATO “PERCHE’ DAVA FASTIDIO A RENZI”

Massimo Giletti lascia la Rai. Il conduttore non accetta la cancellazione de L’Arena e se ne va, rifiutando le prime serate “riparatori” che Viale Mazzini, come un contentino, gli ha offerto su Rai1. È quanto afferma il settimanale Oggi in edicola del 29 giugno. Il settimanale dà la notizia per certa e racconta anche i dettagli della decisione del conduttore, che avrebbe delle trattative in corso con altre reti. A contenderselo, ovviamente, Mediaset e La7: la competizione è serratissima.

Secondo il sito Dagospia.com avrebbe rifiutato un lauto contratto da 1,8 milioni per rimanere in Rai “parcheggiato” senza fare nulla o quasi. A questo erano arrivati pur di far tacere un conduttore bravo e che si era dimostrato “troppo” indipendente. Addirittura Renzi lo considerava troppo “grillino” per i temi che trattava ogni domenica. Ricordiamo che in termini di ascolti Giletti batteva tutte le settimane Domenica Live della D’Urso, consentendo elevatissimi introiti pubblicitari. Ma a Renzi, si sa, non interessa risanare la Rai. Interessa solo occuparla per piazzare i suoi leccapiedi e fare propaganda.

APPLAUSI, TUTTI IN PIEDI PER PAPA FRANCESCO: CONDIVIDIAMO QUESTA NOTIZIA INCREDIBILE.

Anche Papa Francesco vuole abolire le pensioni d’oro.
Il Santo Padre nel discorso di stamane ai delegati della Cisl, ha detto che “non sempre e non a tutti è riconosciuto il diritto a una giusta pensione, giusta perché né troppo povera né troppo ricca: le ‘pensioni d’oro’ sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni”.
E ha aggiunto: “Quella che costringe gli anziani a lavorare troppo a lungo e obbliga una intera generazione di giovani a non lavorare quando dovrebbero farlo per loro e per tutti”.
Poi il Papa ha parlato di giovani e lavoro:
“mancano energia, entusiasmo, innovazione, gioia di vivere, che sono preziosi beni comuni che rendono migliore la vita economica e la pubblica felicità,” ha detto Francesco, che ha aggiunto: ” allora urgente un nuovo patto sociale umano, un nuovo patto sociale per il lavoro, che riduca le ore di lavoro di chi è nell’ultima stagione lavorativa, per creare lavoro per i giovani che hanno il diritto-dovere di lavorare. Il dono del lavoro è il primo dono dei padri e delle madri ai figli e alle figlie, è il primo patrimonio di una società. È la prima dote con cui li aiutiamo a spiccare il loro volo libero della vita adulta.”
Infine la stoccata ai sindacati, i quali, se sono incompresi, ha spiegato Papa Francesco, è perchè non fanno abbastanza “nei luoghi dei ‘diritti del non ancora’: nelle periferie esistenziali, tra gli scartati del lavoro”. E ancora: “la corruzione è entrata nel cuore di alcuni sindacalisti”.
Secondo il Papa il sindacato rischia di “diventare troppo simile alle istituzioni e ai poteri che invece dovrebbe criticare” e con il passare del tempo ha finito “per somigliare troppo alla politica, o meglio, ai partiti politici, al loro linguaggio, al loro stile”.

martedì 27 giugno 2017

NON PAGAVA IL BOLLO E SI FACEVA CANCELLARE LE MULTE DA EQUITALIA: ECCO IL LADRO PD DEL GIORNO

Rischia grossi guai con la giustizia il parlamentare del Pd Marco Di Stefano e tutto per colpa del bollo auto. Secondo l’accusa del pm Attilio Pisani, due dipendenti pubblici avrebbero cancellato dai registri informatici i dati sulle imposte dovute dal parlamentare Dem e aver comunicato quindi a Equitalia l’assenza di debiti. Di Stefano è indagato per concorso in falso materiale commesso da pubblico ufficiale, ma lui è pronto ad andare dal pm per chiarire, come dice il suo avvocato riportato dal Fatto quotidiano: “Come emerge da una relazione della Lait – la società partecipata della Regione Lazio – i suoi sono dei debiti cancellati automaticamente perché non più esigibili”.

FONTE:
LIBERO

Clamoroso video-denuncia de La Gabbia. Svelato l'accordo che mette in ginocchio l'Italia e i suoi imprenditori.



E’ arrivato il CETA, ma non ditelo in giro. Il governo ha approvato il disegno di legge per la sua ratifica ed attuazione, ossia per l’accordo economico e commerciale tra l’Unione europea e il Canada. Ma piano – per favore! – non strillatelo. Eh già, perché il temuto trattato, firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal parlamento europeo questo febbraio sta per approdare al parlamento italiano per seguire l’iter legislativo ed essere votato. Chi lo dice? Il consiglio dei ministri che si è riunito mercoledì sera in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso; quel cdm di cui i rappresentanti solitamente si affrettano a propagandare i risultati e per il quale invece non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa. E come mai, c’è da chiedersi, neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su google) ha dato questa notizia di epocale importanza? Perché è meglio farlo passare in sordina, o perché forse questo “gran valore” economico non lo ha? Per entrambi i motivi.
Scopo dell’Accordo – si legge nel comunicato del governo – “è stabilire relazioni economiche avanzate e privilegiate, fondate su valori e interessi comuni, con un partner strategico”. Si creano nuove opportunità per il commercio e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico – si legge ancora – “grazie a un migliore accesso al mercato per le merci e i servizi e a norme rafforzate in materia di scambi commerciali per gli operatori economici”. Accidenti, che grande occasione, addirittura la sola Italia potrebbe beneficiare in termini di maggiori esportazioni verso il Canada “per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi”. Ripetiamolo insieme: sette miliardi. Per avere un’idea, l’IMU che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro. Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma il concetto è chiaro: questo accordo economicamente non vale la carta su cui è stampato, e il problema maggiore è che a fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione, e non è un esagerazione. Perché ciò che più fa male è che i nostri governanti si affrettino a specificare come l’accordo “garantirà comunque espressamente il diritto dei governi di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Peccato che la cosa, oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa.
Spieghiamoci. E’ vero che “espressamente” il testo del Ceta – nelle sue premesse – “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni in materie di interesse pubblico come appunto la sanità e il resto, ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti. Tradotto, un’altra nazione o peggio una semplice società, spesso multinazionale, può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda. Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al DSS, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio (o “WTO”, accordo simile al Ceta ma su scala globale). Quest’ultimo prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (esatto, delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il panel redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del WTO.
Esso non ha la forza legale di una vera e propria sentenza eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in novanta giorni, e la sentenza, dopo l’approvazione, è definitiva. Sintetizzando: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi nazionali, ed internazionali; in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al WTO e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento; il WTO, privato e- sicuramente -imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. DemocraticamenteE quel che è previsto per il Wto vale per il CETA. Il tribunale del WTO è stato mai adito per questioni sugli scambi internazionali? Oh sì! Solo gli Stati Uniti sono stati coinvolti in più di 95 casi contro società private, e di questi processi gli USA, in qualità di nazione, ne ha persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il Panel addirittura non è mai stato formato, e la maggior parte dei processi che hanno perso riguarda livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura.
Questo panegirico forse può risultare oscuro pertanto è utile fare una semplificazione: lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni, non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di stabilità e il fiscal compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in termini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali. Secondo poi, pur godesse di una simile sovranità, comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie– private –e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Quel che allora il misero comunicato stampa del consiglio dei ministri dice in parte è vero, ossia che il governo può “decidere quali servizi mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro”. Scopo dell’accordo è infatti di liberalizzare completamente qualsivoglia tipo di merce o servizio, inclusi quelli che teoricamente uno Stato soltanto dovrebbe garantire, e che invece già stanno finendo in mano ai privati (cliniche sanitarie, scuole, ecc ecc), in un mondo che sempre più sarà alla portata di poche persone e tasche. Ed ecco che la nostra carta Costituzionale si trasforma in carta igienica.
Quanto alle “potenzialità” di esportazione la nostra bella Penisola, da sempre caratterizzata da una grande vocazione all’export, già da tempo ha incrementato la vendita dei propri beni all’estero. Siamo più competitivi? Facciamo cose migliori? Ne più ne meno come prima, semplicemente gli italiani non hanno più una lira (i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”) e quindi le imprese (quelle che non hanno chiuso) si sono arrangiante puntando ancor più sui mercati forestieri; solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana. Nel frattempo, visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere, nei nostri negozi arrivano tonnellate di merce a basso costo ma di pessima qualità che viene assoggettata a controlli scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione europea, che stiamo per estendere al Canada. Inutile dire che simili politiche danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo. Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda.

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/gentiloni-approva-il-ceta-in-silenzio-stampa/

Svolta a Roma. E' stato appena approvato dalla giunta Raggi. Ecco la storica decisione

Giunta Raggi approva codice di comportamento dei dipendenti di Roma Capitale: anonimato per chi denuncia gli illeciti

Stretta sui regali 'ammissibili' per i dipendenti del Campidoglio e anonimato per i whistleblower, ovvero chi denuncia illeciti e irregolarità. La giunta Raggi ha approvato il codice di comportamento dei dipendenti di Roma Capitale aggiornato secondo le indicazioni dell'Autorità Nazionale Anticorruzione. Secondo il nuovo codice i dirigenti hanno anche la responsabilità di vigilare sul rispetto delle misure per la prevenzione e il contrasto della corruzione.

Le disposizioni prevedono il dovere di segnalare ai superiori (fermo restando l'obbligo di denuncia all'autorità giudiziaria) eventuali situazioni di illecito di cui si venga a conoscenza. Il "dipendente che segnala un illecito ha il diritto di essere tutelato" anche con la "tutela dell'anonimato dell'identità del segnalante, fatta eccezione per i casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione", si legge nel nuovo codice. Ancora: "il dipendente non accetta per sé o per altri regali o altre utilità salvo quelli d'uso di modico valore effettuati occasionalmente nell'ambito delle normali relazioni di cortesia e delle consuetudini". Il "modico valore" è quantificato in una cifra fino a 100 euro annui, mentre nel codice precedente - datato 2013 - il limite orientativo era 150 euro. (ANSA)

Gesto "eroico" della Finanza: chiuso a norma di legge un panettiere di montagna. La sua colpa? Non ha emesso 4 scontrini in 4 anni. Uno per ogni anno.

I CONTROLLI DELLA GDF
Milo, l’unico panificio non emette 4 scontrini- Licenza sospesa, niente pane per sei giorni
«Abbiamo sbagliato e abbiamo pagato, ma adesso una legge troppo severa ci impone di chiudere, è incredibile». Gaetano Marino, da ventotto anni l’unico panettiere di Milo, paese di un migliaio di abitanti ai piedi dell’Etna, racconta assieme alla moglie Giovanna tutta l’amarezza provata ieri mattina, quando la Guardia di finanza di Riposto ha posto i sigilli agli ingressi del suo panificio, una bottega accanto alla porta di casa, lungo la strada per la montagna.
L’Agenzia delle Entrate ha contestato a questo piccolo imprenditore, originario di Santa Venerina, la mancata emissione di quattro scontrini – uno per anno, dall’estate del 2011 al settembre del 2014 – per un incasso totale di otto euro e trenta centesimi sottratti al controllo fiscale. È proprio l’ammontare irrisorio della cifra che sembra stridere nettamente con l’entità della sanzione, esecutiva appunto da ieri, erogata sulla base del decreto legislativo n. 471/1997 che, con le successive modifiche, disciplina i provvedimenti per violazioni non penali in materia di imposte dirette e Iva: sei giorni di sospensione della licenza che consente l’esercizio dell’attività.
“Resta pure ancorato alla poltrona, caro Matteo, che ti cuciniamo a fuoco lento”. Usa l’arma dell’ironiaRenato Brunetta per commentare l’ultimo “ribaltone” di Matteo Renzi. Secondo quanto scrive Repubblica, il premier starebbe pensando a una retromarcia sul referendum costituzionale di ottobre: dopo settimane di campagna per il  al grido “se le riforme non passano, mi dimetto”, Renzi già scottato dal tracollo elettorale delle Comunali vorrebbe ora “valutare con calma” le conseguenze di una eventuale vittoria del fronte del no. Niente dimissioni, niente addio alla politica di fronte a un “passaggio importante per il futuro del Paese”. I virgolettati sarebbero, secondo Repubblica, il succo di un discorso che Renzi starebbe mettendo a punto proprio in queste ore, anche per “spersonalizzare” la sfida referendaria. Scelta dettata dagli ultimi, tragici numeri di Pd e governo, ma che suona surreale visto che a personalizzare il voto in chiave plebiscito pro o contro Renzi era stato lo stesso segretario-premier.
FONTE
http://www.lasicilia.it/articolo/milo-l-unico-panificio-non-emette-4-scontrini-licenza-sospesa-niente-pane-sei-giorni


Se parlo crolla il governo. Ghizzoni, conferma bomba: ciao Boschi, la data dell'addio

"Se mi convocheranno parlerò alla commissione d'inchiesta. In Parlamento, non sui giornali. Risponderò ovviamente a tutte le domande che mi fanno". Così Federico Ghizzoni, l'ex ad Unicredit tirato in ballo da Ferruccio de Bortoli nel suo libro come l'uomo a cui Maria Elena Boschi chiese di valutare l'acquisto di Banca Etruria. L'uomo che con una sua parola può distruggere il futuro politico della sottosegretaria. L'uomo che - ora lo ha detto chiaramente - parlerà se convocato dalla commissione d'inchiesta.
E ancora, ha aggiunto: "Adesso non parlo, perché non si può mettere in mano a un privato cittadino la responsabilità della tenuta di un governo - si è sfogato con Repubblica -. È un caso della politica, sarebbe dovere e responsabilità della politica risolverlo", ha aggiunto. Parole che, proprio come quelle consegnate alla vigilia al Corriere della Sera, sembrano soltanto confermare quanto scritto da De Bortoli (e, a tal proposito, paiono decisive le parole sulla "tenuta del governo"). Ghizzoni, insomma, sembra confermarlo: se parlo crolla il governo.
Ma tant'è. L'ex ad Unicredit continua a volare basso. A tenersi lontano dalle polemiche: "Qualsiasi cosa dicessi ora, sarebbe strumentalizzata da una parte politica contro l'altra, e contro di me. Oltre poi al fatto che quando studiavo da banchiere mi hanno insegnato che la reservatezza è una virtù". Ma quella riservatezza potrebbe essere rotta in Parlamento, con conseguenze, ad oggi, imprevedibili.

Fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/12384831/etruria-unicredit-federico-ghizzoni-parlero-in-parlamento-maria-elena-boschi.html#.WRnvAmlfbWo.facebook

"Tangenti alla presidenza del consiglio".L'inchiesta choc de "Le Iene" ignorata da tutti. CONDIVIDI




Il programma tv "Le Iene", in onda su Italia 1 in prima serata, ha intervistato un anonimo che ha riferito di un giro di mazzette nella Presidenza del Consiglio. Lo scopo? Vincere gare di appalto. 

La persona, che vediamo incappucciata nel filmato, lavorava per un'azienda di forniture proprio per la Presidenza del Consiglio. L'uomo parla, senza troppi giri di parole, di "mazzette per vincere gare di appalto".

Lo show di Italia1 riferisce anche che il dipendente dispone di "prove scritte" per confermare tutte le accuse sulle varie mazzette.

La dichiarazione dell'anonimo: 
"Ho ricevuto minacce, ho paura. Un signore mi ha puntato un coltello alla gola, ho trovato fogli con intimidazioni. Sanno che io so e sanno che potrei raccontare".
Il finale del servizio è sconvolgente: l'uomo racconta di essere stato minacciato di recente e di aver deciso proprio per questo di raccontare la verità.

"Sei l'avvocato della Boschi?" Travaglio esplode in studio contro la Fusani de L'Unità. Guardate e condividete..




Durante l'ultima puntata di Otto e Mezzo , scoppia la bagarre nello studio di Lilly Gruber tra il diretto del Fatto Quotidiano e la giornalista Claudia Fusani de L'Unità.

INDAGATA LA SCIARELLI! PERQUISIZIONI IN CASA E SEQUESTRI: ECCO LE ACCUSE GRAVISSIME

Giovanni Bianconi per www.corriere.it
Il pubblico ministero napoletano Henry John Woodcock è indagato dalla Procura di Roma per violazione del segreto d’ufficio. L’inchiesta è relativa alla fuga di notizie sulle indagini per gli appalti Consip che nello scorso dicembre è passata per competenza da Napoli a Roma, anche in relazione a presunti avvertimenti sull’esistenza dell’indagine ai dirigenti della Consip, che sarebbero stati veicolati dal vertice dell’Arma dei carabinieri e dal ministro Luca Lotti.
Con il magistrato è stata iscritta al registro degli indagati anche la giornalista Federica Sciarelli, conduttrice di «Chi l’ha visto?»; a Sciarelli è stato anche sequestrato il telefono cellulare. La giornalista, da tempo amica del pm napoletano, sarebbe stata il tramite per il passaggio delle informazioni da Woodcock a un giornalista del «Fatto quotidiano». «Non posso aver rivelato nulla a nessuno – ha detto Federica Sciarelli – semplicemente perché Woodcock non mi svela nulla delle sue inchieste, tantomeno ciò che è coperto da segreto».
L’interrogatorio
A Napoli uno dei titolari del fascicolo era proprio Woodcock, e non appena le carte furono trasmesse a Roma il quotidiano «Il Fatto» pubblicò la notizia ancora riservata dei generali inquisiti. Ora Woodcock è sospettato di essere uno degli artefici quella fuga di notizie, ed è stato convocato dai colleghi romani per un interrogatorio nei prossimi giorni. Dell’iscrizione del pm sul registro degli indagati o Procura di Roma ha dato comunicazione al ministero della Giustizia, al Consiglio superiore della magistratura e alla Procura generale della Cassazione.

"HA OSATO SCOPRIRE LO SCANDALO CONSIP". INDAGATO IL PM CHE HA SCOPERTO GLI ALTARINI DEL GIGLIO MAGICO.

L'inchiesta è legata alle fughe di notizie avvenute durante i vari passaggi dell'inchiesta sugli appalti della centrale acquisti della pubblica amministrazione. L'inchiesta era stata aperta dalla procura partenopea che indagava sull'imprenditore Alfredo Romeo. Il pubblico ministero: "Sono certo che potrò chiarire la mia posizione"

Violazione del segreto d’ufficio. Con questa accusa la procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il pubblico ministero della procura di Napoli, Henry John Woodcock. L’inchiesta è legata alle fughe di notizie avvenute durante il passaggio dell’inchiesta sugli appalti Consip da Napoli a Roma. L’inchiesta era stata aperta dalla procura partenopea che indagava sull’imprenditore Alfredo Romeo: Woodcock era uno dei pm titolari del fascicolo, che a dicembre è passato nella Capitale per competenza. Nel frattempo, infatti, l’indagine aveva coinvolto il ministro Luca Lotti,  il comandante dei carabinieri della Legione Toscana,  Emanuele Saltalamacchia, e il comandante generale dell’Arma, Tullio Del Sette: i tre sono accusati di violazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento per aver fatto trapelare notizie relative alle indagini in corso.

Marco Lillo sul Fatto Quotidiano ha svelato in esclusiva sia l’esistenza dell’inchiesta sulla Consip che l’indagine a carico dell’ex sottosegretario di Matteo Renzi a Palazzo Chigi e dei due alti ufficiali dei carabinieri. La pubblicazione degli scoop del Fatto risale ai giorni successivi rispetto all’arrivo del fascicolo dell’indagine sui tavoli della procura di Roma. Per gli inquirenti capitolini, però, è Woodcock ad essere sospettato di essere uno degli artefici di quella fuga di notizie.

“Ho appreso di essere indagato per il reato di rivelazione di segreto di ufficio. Ho assoluta fiducia nei colleghi della procura di Roma e sono quindi certo che potrò chiarire la mia posizione, fugando ogni dubbio ed ombra sulla mia correttezza professionale e personale”, è il breve commento del pm napoletano, che non ha negato “di essere molto amareggiato, e che questo è per me un momento molto difficile. Posso però affermare, in piena serenità che la mia attività è sempre stata ispirata dal solo intento di servire la Giustizia, nel rispetto delle regole”.

Woodcock è stato convocato dai colleghi romani per un interrogatorio nei prossimi giorni. La procura della Capitale ha comunicato l’indagine a carico di Woodcock al ministero della Giustizia, al Consiglio superiore della magistratura e alla Procura generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati.

Già nei primi giorni di maggio, il procuratore generale della Cassazione Pasquale Ciccolo aveva deciso di avviare un’azione disciplinare nei riguardi del pm di napoletano. Il motivo? Un articolo pubblicato in aprile dal quotidiano La Repubblica, in cui si riportavano frasi virgolettate del magistrato riferite alla vicenda Consip. Peccato però che in nessuna parte dell’articolo si evinceva che Woodcock avesse parlato con Repubblica. Liana Milella nel suo articolo ricordava che Woodcock ha sempre risposto ai giornalisti: “C’è una regola che mi impedisce di parlare e io non parlo”. Poi riportava frasi che sarebbo state pronunciate dal magistrato in alcuni colloqui con i colleghi, in particolare sui rapporti tra le procure di Napoli e Roma e all’indagine avviata dai pm romani nei confronti di un ufficiale del Noe, Giampaolo Scafarto, accusato di falso. Nello stesso articolo Woodcock definiva la fuga di notizie dell’inchiesta come “uno scempio, e un gravissimo danno per l’indagine, solo un pazzo avrebbe potuto provocarla danneggiando il proprio lavoro”.

Su un presunto scontro tra le procure di Roma e Napoli nella gestione dell’inchiesta Consip si era occupato settimane fa anche il Csm, ma alla fine, però, il comitato di presidenza di Palazzo dei Marescialli non aveva aperto alcun fascicolo per evitare “indebite sovrapposizioni e condizionamenti”. Al contrario, però, appena sette giorni fa il Consiglio superiore della magistratura ha deciso di mettere al vaglio le presunte irregolarità commesse dalla procura di Napoli nell’indagare sugli appalti della centrale acquisti della pubblica amministrazione. Nella stessa giornata in cui al Senato Pd e Forza Italia univano le forze per lasciare al suo posto il ministro indagato Lotti,e far fuori il suo grande accusatore Luigi Marroni, il Comitato di presidenza di presidenza investiva del caso Consip  la Prima Commissione, competente sul trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale dei magistrati. Una vera e propria manovra a tenaglia alla quale si sono affiancate in questi mesi le bordate lanciate contro Woodcock dall’ex premier Matteo Renzi, che ha visto suo padre Tiziano finire coinvolto nell’indagine Consip con l’accusa di traffico d’influenze.

L’ultima bordata del segretario del Pd nei confronti del magistrato napoletano (e del nostro giornale) è arrivata proprio oggi nella rassegna stampa del Nazareno #OreNove. “Oggi – dice l’ex premier – il Fatto Quotidiano dedica un articolo molto interessante al pubblico ministero Woodcock, ‘l’ultimo nemico pubblico nel Paese dei furfanti’. Dalle sue indagini non so quante condanne siano arrivate, ma il Fatto in un passaggio dell’articolo parla degli italiani come “massa di ignoranti e deficienti”.

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/27/consip-woodcock-indagato-roma-per-violazione-di-segreto-dufficio-ho-fiducia-nei-colleghi-fughero-ogni-ombra/3690385/

Travaglio fa incazzare Renzi. L'editoriale odierno è un massacro contro l'ex Premier..

Il gufo di se stesso
Editoriale di Marco Travaglio
da Il Fatto Quotidiano
27 giugno 2017
Perché il PdR, dopo le comunali del 2016, il referendum costituzionale e il governo, ha perso pure le comunali del 2017? La risposta è nel tweet di Renzi: il Pd ha vinto in 67 città, contro le 59 del centrodestra e le 8 dei 5Stelle, e le elezioni politiche saranno un’altra storia, cioè vincerà lui perché lo dice lui. Analisi lucida come quelle di Hitler nel bunker, circondato da Eva Braun e da pochi servi rimasti, che davano retta ai suoi delirii sull’“arma segreta” e sull’imminente vittoria in una guerra già persa. O quelle di Alì il Chimico, il ministro di Saddam Hussein che diramava bollettini vittoriosi mentre il dittatore era in fuga e le truppe angloamericane nel palazzo presidenziale. Ieri, appena uscito il tweet, i pochi che ancora vogliono bene a Matteo avrebbero dovuto chiamare l’ambulanza per farlo visitare d’urgenza da uno bravo (possibilmente non Recalcàzzola). Ma non l’han fatto né lo faranno: il Giglio Magico non contempla esseri pensanti, solo pecore belanti e leccanti. Altrimenti un partito che colleziona più fiaschi di una cantina sociale si sarebbe già riunito per analizzare le cause e invertire la rotta (ammesso e non concesso che ne abbia una), possibilmente prima di estinguersi definitivamente come i dinosauri. Invece, a ogni rovescio, si sente dire che la prossima volta andrà meglio e non è l’ora di discutere. Pensando di fare cosa gradita, riassumiamo ciò che ci pare di aver capito.
1. Già Re Mida della politica che trasformava in oro tutto ciò che toccava, Renzi è oggi un imbolsito Re Merda. Il gufo di se stesso. Nel giro di 3 anni è riuscito nell’impresa che B. impiegò più di 20 anni a centrare: stare sulle palle a tutti gli italiani, di destra, di centro e soprattutto di sinistra, salvo a quelli che gli devono il posto (qualche centinaio di parlamentari, cacicchi locali e giornalisti, della Rai e non solo). Questione di arroganza, antipatia e soprattutto disastri di governo che è inutile riepilogare. Così, al referendum e ai ballottaggi, è “tutti contro Renzi”.
2. Non bastando lui, Renzi ha mandato in giro – soprattutto in tv e sul web, essendo le piazze luoghi plebei e populisti, roba da volgari grillini e leghisti – una classe dirigente inguardabile: facce patibolari, ma senza la grandezza criminale di B.&C.; o mediocri replicanti e marionette del Capo, che ne ripetono a pappagallo il verbuccio e fanno le faccine se parlano gli altri.
3. A furia di copiare il programma di B., e persino della Lega, molti elettori di sinistra sono rimasti a casa (come un tempo quelli di destra), mentre quelli di destra, umiliati per 20 anni dalla sinistra, si son detti: “Vuoi vedere che avevamo ragione noi?”.
E si sono precipitati a votare financo i sindaci (come un tempo quelli di sinistra). Intanto l’elettorato flottante e non ideologico, fra l’originale B. e la brutta copia R., è tornato a preferire il primo. Non per convinzione: per sfinimento.
4. Alle cause strutturali della crisi, si sono aggiunti alcuni autogol freschi freschi, astutamente messi a segno da Renzi & C. fra primo turno e ballottaggi. Tipo la gestione del caso Consip, con la cacciata del testimone Marroni per salvare le poltrone degli indagati e il culetto del babbo. L’idea che a pagare sia l’unico non inquisito, nel partito che un tempo faceva della questione morale una bandiera, fa ancora un certo ribrezzo.
5. Geniale la trovata di consacrare il fiasco della Rai renziana nominando nuovo capo supremo tal Mario Orfeo al posto del pericoloso gufo Campo Dall’Orto (scelto sempre da Renzi). Il quale Orfeo, come prima mossa, ha l’ideona di fregarsene della legge (votata dal Pd di Renzi) sul tetto alle star. E non solo conferma il mega-stipendio a Fabio Fazio, ma gliel’aumenta un altro po’ (da 1,8 a 2,8 milioni l’anno). Delirio nelle periferie metropolitane e alle catene di montaggio.
6. Casomai qualcuno non si fosse ancora incazzato abbastanza, ecco il decreto banche: una spesuccia di 17 miliardi pubblici per salvare due istituti veneti, regalando la parte sana a Banca Intesa (al prezzo di 1 euro) e quella marcia allo Stato, con un salasso che si sarebbe evitato intervenendo uno o due anni fa. I 17 miliardi per il reddito di cittadinanza a chi non ha nulla non ci sono mai: per le banche, si trovano sempre.
7. Siccome un sondaggio Ipr Marketing-il Fatto rivela che una sinistra unita guidata da Stefano Rodotà raggiungerebbe il 12% dei voti, quando muore Rodotà lo piangono milioni di italiani, ma Renzi no: neppure un tweet (e meno male: c’era pure il caso che lo chiamasse “solone, professorone e gufo” un’altra volta).
8. Il boss Giuseppe Graviano, intercettato in carcere, si sfoga contro B. che ai tempi delle stragi gli chiese “cortesie” e poi si è scordato di pagare il conto. Ma Renzi & C. non dicono una parola, sennò quello s’incazza e niente governo Renzusconi. In compenso si scatenano contro la Raggi, per accuse molto più lievi di quelle di Sala, difeso a spada tratta contro la “giustizia a orologeria”. Così, tra i due litiganti, la destra gode.
9. A un passo dal varo di una legge elettorale decente sul modello tedesco, finalmente condivisa con le opposizioni, prima Pd&B. la imbottiscono di nominati (niente voto disgiunto), poi Renzi la fa saltare per un emendamento sul Trentino-Alto Adige.
10. Nell’eventualità che gli incerti non siano ancora fuggiti tutti, il Pd riesuma dopo 2 anni di letargo la legge sullo Ius soli, la più generosa d’Europa. Principio giusto, applicazione discutibile, spiegazioni balbettate e tempismo demenziale, in pieno panico da attentati. Salvini non poteva sperare di meglio. Anzi, se ora gliel’approvano così com’è, dal 1° settembre riempie le piazze di gazebo per raccogliere firme sul referendum abrogativo e ha le elezioni politiche in tasca. Gratis.